Ascolta qualcosa troppo spesso e perde ogni impatto. C’è stato un punto, circa dieci anni fa, in cui Journey’s Non smettere di credere sembrava che venisse trasmesso in ogni negozio, su ogni stazione radio, all’infinito. Dopo un certo punto divenne poco più che un rumore leggermente irritante.
Meno è meglio, come dice il proverbio. Troppo di qualsiasi cosa è una cosa negativa, ecc. Ecc. Forse c’è un discorso più ampio da fare riguardo al calcio in generale, ma sembra particolarmente appropriato per quanto riguarda un fenomeno specifico.
A volte è giustificato, ovviamente. I fan frustrati sosterranno che pagano un sacco di soldi per guardare questi professionisti ben pagati calciare un pallone e dovrebbero sentirsi liberi di far conoscere il loro disappunto. I giocatori stessi probabilmente lo vedono come qualcosa che deriva dal territorio.
Ma i fischi hanno cominciato a perdere il loro significato? Quando è la reazione giusta dopo ogni delusione, anche per le squadre che altrimenti stanno andando bene, il suo impatto è ridotto. I fischi dovrebbero essere viscerali; dovrebbe essere tenuto di riserva per le situazioni più terribili. Quando i fan vogliono davvero fare una dichiarazione, è allora che dovrebbero arrivare i fischi, e scegliere il momento giusto li renderebbe ancora più significativi.
Se si intende mettere in azione una squadra, un allenatore, un proprietario, un singolo giocatore, deve essere una sorta di shock per il sistema. Ma ormai è un luogo comune quasi quanto il canto o gli applausi. È la reazione predefinita a qualsiasi tipo di guasto e, di conseguenza, è diventata poco più che un rumore di fondo. Sembra improbabile che giocatori e allenatori ne siano colti di sorpresa adesso. Leggermente turbato, forse, perfino confuso, occasionalmente. Lo scozzese John McGinn, ad esempio, non è sembrato particolarmente infastidito dai fischi di Hampden dopo la sconfitta contro il Giappone. “Ho vissuto cose molto peggiori”, ha detto.
Le ragioni dell’aumento dei fischi sono molteplici: l’ascesa dei social media e la mancanza di sfumature attorno alle discussioni sul calcio: ogni squadra sta facendo brillantemente o pessimo; maggiori aspettative a causa del denaro speso per i giocatori e della richiesta di successo che ne deriva; e, più vagamente, la sensazione generale che il calcio sia diventato un affare così serio che perdere sembra disastroso.
Ogni idea del calcio come qualcosa di gioioso, come diversivo, una forma di evasione per i tifosi che vanno a vedere una partita è scomparsa da tempo. Adesso sono tanto sostenitori quanto giudici: abbaiano quando i loro standard non vengono soddisfatti.
Con questo non si vuole incolpare i tifosi, che sono diventati sempre più vittime dei costi esorbitanti del calcio (un altro potenziale motivo dell’aumento dei livelli di rabbia). Ma c’è qualcosa di assurdo, dopo un certo punto, nel fischiare fine a se stesso.
Gli scherni risuonano e vengono scritti post feroci sui social media, e la pantomima del calcio moderno continua.
