Hubner: "Bacchettavo Ambrosini, con Baggio non ci incastravamo"

Hubner: "Bacchettavo Ambrosini, con Baggio non ci incastravamo"

2025-11-06 11:29:00Non ci risulta al momento nessuna smentita a riguardo dell’ultima notizia pubblicata da CM.com:

Dario Hübner, ex attaccante detto “Tatanka”, o “Bisonte” come lo chiamavano tutti, nel 2001 arrivò a dire no alla Premier League e a un contratto milionario pur di restare vicino alla moglie e ai figli. “Mi sarebbe cambiata la vita, ma stavo bene in Romagna e non volevo scombussolare la mia famiglia“, racconta nel corso di un’intervista rilasciata alla Gazzetta dello Sport. 

 

Oggi Hubner vive come allora: con i nipoti, tra i boschi a cercare funghi e in panchina con la Zeta Milano. Come va la vita da allenatore?

“Mi sto divertendo. Siamo in Seconda Categoria e coi ragazzi che ho mi impegno relativamente. Non so nemmeno se sarei in grado di allenare da primo in alto. Mi vedo più come un vice”.

NON AVREI FATTO COME RETEGUI

Di chi le piacerebbe esserlo?

“Mi piace l’Inter di Chivu, ma penso che un’esperienza sarebbe bella anche con Gasperini o Allegri, che ha tutto un modo suo di allenare. Ci sono tecnici bravi nel calcio italiano, per questo lo seguo molto. Guardo anche la Serie B e la Serie C… a volte sono meno noiose della Serie A”. 

 

In Serie A mancano i bomber?

“Dovremmo riportare il livello degli anni ’90: in A c’erano fenomeni, ma anche in B c’erano punte fortissime: Paci alla Lucchese, il Cobra Tovalieri, Marulla al Cosenza… Ovunque andavi trovavi un attaccante che poteva giocare in Serie A, ma lì c’erano i fenomeni, e il posto non lo trovavi. Oggi il centravanti puro, quello che a prescindere la butta dentro, sta piano piano scomparendo”. 

 

Uno lo avevamo, ed è andato in Arabia.

“Retegui ha fatto una scelta di vita, che io non avrei mai fatto. Meglio 4 milioni per dieci anni in Italia che 20 per due in Arabia, soprattutto a 26 anni”.

BACCHETTAVO SEMPRE AMBROSINI

L’esordio in Serie A

“La notte prima della partita (31 agosto 1997) a mezzanotte, in camera, accesi la tv: incidente di Lady Diana. Rimasi attaccato alla televisione fino alle tre. Il giorno dopo ero tranquillo, quasi non realizzavo nulla: a 20 anni giocavo in Prima Categoria, a 35 ero in Serie A. Ho lavorato tanto, senza regali e senza procuratori a farmi fare salti di cinque categorie. Sono entrato a San Siro all’una e mezza, 85mila persone, e ho segnato l’1-0. In campo non mi sono reso conto; dopo la doccia, prima di salire sul pullman, ho acceso una sigaretta e mi sono detto: ‘Bravo Dario, dopo 15 anni hai segnato in A’. In realtà a rendere meno memorabile la mia serata fu la doppietta di Recoba. Per colpa sua perdemmo 2-1. Ogni volta che lo vedo, per prenderlo in giro, gli dico: ‘In dieci anni all’Inter hai giocato tre partite, una di quelle contro di me. Ma non potevi stare in panchina?'”.

 

Un aneddoto su Maldini

“Brescia-Milan: nel sottopassaggio arriva Paolo Maldini. ‘Dario, mi daresti per favore la tua maglia?’. Pensavo scherzasse. A fine primo tempo era lì ad aspettarmi. Magari l’avrà regalata a un amico (ride ndr), ma se Maldini ti chiede la maglia vale come una tripletta in A. Devo ammettere che prima di grandi giocatori io ho conosciuto grandi uomini: Ferrara, Montero, Zidane, Maldini, Costacurta, Baggio… persone umili, ‘terra terra’. Al tempo chi si comportava male veniva subito rimesso a posto dai grandi dello spogliatoio. Nessuno osava tirarsela”. 

 

E su Ambrosini

“Se ho mai rimesso a posto qualcuno? Ambrosini, ai tempi del Cesena. Lo ‘bacchettavo’ sempre. Avevo 25 anni, lui 19, veniva con la prima squadra da Bolchi. Di testa un fenomeno, ma quando calciava… scandaloso (ride, ndr). In partitella mi faceva perdere, e allora qualche ‘pappina’ gliela davo”. 

 

Baggio e il Brescia

“Non direi un rimprovero, ma tatticamente con Baggio non ci incastravamo proprio. È stata una fortuna e una sfortuna averci giocato: lui voleva una punta che giocasse di sponda, io amavo andare in profondità. Così arrivò Luca Toni al posto mio. Al di là di questo, però, Roberto è una persona squisita, umile. Noi eravamo il Brescia degli operai, e quando arrivò lui – uno che fino al giorno prima vedevi solo in tv – fu impressionante. Aveva un’umiltà fuori dal comune, e si inserì nel gruppo come se fosse lì da dieci anni. Stare vicino a lui era come allenarsi accanto al proprio idolo: ti dava soggezione, avevi paura di sbagliare qualcosa, ma ti insegnava senza parlare”.



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