Tuttosport – L’incredibile dato sulla Serie A: non accadeva dalla stagione 1949/50
2026-09-22 10:11:00 Riportiamo quanto pubblicato poco fa da TS:
Cinquanta partite, nemmeno uno 0-0. Il 3-0 del Milan sul Lecce ha completato il quadro della quinta giornata e spedito la Serie A indietro di 77 anni: non accadeva dal 1949/50. Allora il primo pareggio senza reti arrivò al settimo turno, in Milan-Lazio. Il dato fa ancora più rumore perché il nostro campionato, patria storica del lucchetto, corre in controtendenza rispetto alle altre grandi leghe. In Premier si sono già visti diversi 0-0, fra cui Leeds-Crystal Palace e Liverpool-Fulham; il risultato è comparso anche in Liga, Bundesliga e Ligue 1. Un segnale per nulla secondario. La tentazione è trovare una spiegazione unica. Sarebbe comoda, non corretta. Cinque giornate sono un campione piccolo e una serie così estrema contiene sempre una quota di casualità: basta un palo per separare lo 0-0 dall’1-0. Però cinquanta gare disegnano una tendenza, soprattutto se accostate alle prime quattro giornate di Serie B, anch’esse senza reti bianche.
Il coraggio e le regole
Nelle cinque stagioni precedenti, contando A e B, gli 0-0 nei primi quattro turni erano stati 44 su 400 partite, l’11 per cento. Stavolta zero su ottanta. La prima pista porta alle panchine. La Lega ha presentato uno dei gruppi di tecnici più giovani e internazionali degli ultimi anni: undici allenatori su venti sotto i 50 anni, tre sotto i 40, sei stranieri. Chivu, Fabregas, Cuesta e Pisacane hanno già incrinato l’idea che l’apprendistato debba durare una vita; Amorim, Aquilani e Abate hanno aggiunto pressione alta, aggressione in avanti, costruzione rischiosa e disponibilità all’uno contro uno. Non è una generazione allergica alla tattica: semplicemente usa la tattica per conquistare campo, non soltanto per negarlo. Anche i veterani smentiscono la caricatura. Gasperini e Sarri chiedono coraggio da sempre, Spalletti vuole dominare col pallone, Gattuso ha costruito la Lazio su intensità e verticalità. Persino Allegri sa che con cinque cambi e avversari capaci di pressare non si può amministrare per novanta minuti. Non sono diventate scarse le difese: è cresciuta la propensione allo scambio di colpi. E quando una gara si sblocca, blocchi alti e transizioni moltiplicano gli spazi. Poi c’è il nuovo ambiente arbitrale. Daniele Orsato, nominato a luglio responsabile della Can di A e B, ha ereditato norme IFAB pensate per ridurre le pause. Chi perde tempo su rimessa laterale o rinvio può subire il conto visibile di cinque secondi e perdere la ripresa; il sostituito deve uscire entro dieci secondi, altrimenti il compagno attende almeno un minuto di gioco effettivo; chi riceve cure in campo, salvo eccezioni, resta fuori per un minuto effettivo. Sono deterrenti concreti: fingere un problema o trascinare un cambio non consente più di interrompere impunemente l’assalto avversario. Più continuità significa più possessi, più palloni nell’area e meno possibilità di congelare la partita.
Non è la fine del calcio italiano
Ma attenzione al salto logico: il metro di Orsato non “produce” automaticamente gol. Semmai protegge il ritmo nel quale un errore tecnico o una giocata possono maturare. E la linea meno incline ai contatti leggeri e ai cosiddetti rigorini ha un effetto doppio: concede meno occasioni dal dischetto, ma invita attaccanti e difensori a restare in piedi, lasciando vivere l’azione. Il paradosso delle prime tre giornate, senza 0-0, dice proprio questo. C’è infine il mercato: più esterni che saltano l’uomo, più mezzali da inserimento, portieri coinvolti nella costruzione. Uscire da dietro crea superiorità quando riesce e occasioni enormi quando fallisce. È il rischio incorporato nel calcio contemporaneo. Le neopromosse, inoltre, non sembrano disposte a sopravvivere chiudendosi soltanto: il brillantissimo Frosinone ha appena battuto il Como 2-0, il Venezia ha attaccato la Lazio e fallito anche un rigore. Il confine fra prudenza e rinuncia si è spostato. Lo 0-0 tornerà, magari già alla prossima giornata, ma non cancellerebbe ciò che questo avvio suggerisce: l’Italia continua a studiare le partite, ma oggi lo fa pensando più a come vincerle che a come non perderle. Prima cercava soprattutto il modo di togliere qualcosa all’avversario; oggi sempre più allenatori pensano anzitutto a come colpirlo. Non è la fine del calcio italiano. Semmai, è un modo diverso di interpretarne la lezione.
